Sguardo nella mente (e nel cuore) di un grattavetro

by deabis

Al lettore curioso, di passaggio su questo blog, potrebbe passare per la mente una domanda: perché una persona, ovviamente un astrofilo, dovrebbe sentirsi attratta dalla lavorazione manuale di uno specchio astronomico? Perché costruirsi il proprio strumento? Perché investire del proprio tempo, sicuramente una buona quantità di pazienza e di determinazione in questa opera, il cui risultato può essere disarmantemente simile a quello ottenibile da uno strumento commerciale, che a conti fatti probabilmente rischia anche di costare di meno della propria opera finita?

Ricordo di aver letto un giorno, su un forum, un post di un utente che sosteneva che la costruzione di un telescopio veniva incontro all’esigenza del costruttore di……..sentirsi qualcuno. Magari non ha usato effettivamente queste parole, ma il concetto fondamentalmente era quello. Ebbene: ne stiano alla larga dal lavoro di costruzione di uno specchio astronomico coloro che, effettivamente, sono in caccia di una dose extra di autostima. La lavorazione di uno specchio astronomico richiede una tale quantità di pazienza ed umiltà che l’ego e la probabilità che questo si ingrassi prima del termine dell’opera davvero c’entrano poco!

Penso anche a tutti coloro che credono che sia “roba” per chi è, in un modo o nell’altro, “del settore”: fisici, astrofisici, tecnici, artigiani del verto, etc., in caccia di conferme a ciò che hanno solo studiato. In verità, la passione e l’attrazione verso questa attività è simile e condivisa tra persone di preparazione ed esperienza diverse, a volte diametralmente opposte: si trovano “grattatori” incalliti sia tra astrofili scientificamente e tecnicamente preparati, sia tra persone che durante la giornata si occupano di relazioni umane, di vendita, di marketing, di guidare per chilometri, di ambiti nei quali sapere cos’è il raggio di curvatura o saper usare un seghetto alternativo è davvero irrilevante.

Costruire uno specchio astronomico e poi, attorno ad esso, pensare e realizzare una struttura che lo contenga e lo indirizzi verso l’universo, sfugge anche a quel “bisogno di possedere cose” a cui il mondo moderno ci ha ormai abituato: per quello esiste quella che viene definita spesso e volentieri “strumentite”, che si presenta sottoforma di attacchi e che viene soddisfatta solo tramite acquisto di questo o quell’accessorio finalizzato (più o meno) all’osservazione. Ma a questo bisogno di gratificazione (sia ben chiaro: lungi da me demonizzarlo o giustificarlo, qui mi limito a prenderne atto, consapevole che forse esistono casi limite, ma di sicuro non esistono vaccini ne persone immuni…) non può essere soddisfatto da un’opera così complessa, lenta, piena di sorprese lungo il cammino (alcune delle quali ti costringono a buttare nel cestino diverse ore di lavoro e ricominciare da capo), che, soprattutto per i non-tecnici, si basa su un atto di fede.

Si, un atto di fede: cominciare con due dischi di vetro, belli trasparenti, lisci; stendere un velo di granella luccicante, spruzzarla di acqua e cominciare per ore a grattare i due dischi uno sull’altro, è puro atto di fede in chi ti ha raccontato che, così facendo, ne nascerà uno specchio astronomico! Si, uno specchio…. E dopo ore che cerchi di capire quanto abrasivo stendere e quanta acqua aggiungere, vedi che i tuoi due bei dischi di vetro si sono solo……. rovinati…..

Ma prosegui, non ti arrendi, non ti fermi. Perché?

La curiosità: si, quella si che è un gran bel pieno di benzina, certo! La curiosita di “vedere come va a finire”. La consapevolezza che, così facendo, capirai cos’è sta benedetta sfera di cui molti parlano; la differenza con la parabola; come si misura la qualità di uno specchio; cosa significa “lambda/qualcosa”; cosa accade, sotto i nostri occhi, durante uno star test. Si: in questo modo tante domande hanno una risposta. E questo certo, è un bell’incentivo. Certo: tutto questo lo trovi, volendo, anche scritto sui libri….quindi?

La confidenza: tutte queste nuove conoscenze ti aiutano a dare del tu allo specchio, a maneggiare con sicurezza un telescopio, non più come fosse qualcosa di sacro e misterioso, al cospetto del quale parlare sottovoce per paura che qualcosa possa succedere che sfugge alla nostra conoscenza ed al nostro controllo. Certo, dopo anni che usi e conosci uno strumento, ormai hai capito che basta trattarlo bene e lui non ti tradirà…..

Forse, però, qualcosa di più profondo accade durante e, soprattutto, dopo, cioè alla fine del lavoro: si acquista un po’ di libertà da un bene materiale, il telescopio, perché quell’oggetto che usi è cosa tua, sei un po’ tu. Questo alleggerisce tutta l’infrastruttura che sta tra te e ciò che stai osservando: l’Universo. E questo per un Astrofilo è un bene: lo sanno tutti coloro che hanno avuto la fortuna di osservare, sotto cieli straordinari, oggetti del profondo cielo ad occhio nudo. Quindi anche l’idea di accorciare la distanza tra l’occhio e l’universo può essere di stimolo ad un lavoro lungo ed impegnativo. E il pensiero di poterlo fare sempre di più e sempre meglio ti porta a ripeterlo. Ma forse questo lo si può solo immaginare nel durante e lo si può capire solo alla fine…..

Forse è un po’ tutto questo. O forse no. Nel dubbio preferisco pensare che ogni amore, ogni passione è bello che possa essere spiegata fino ad un certo punto, perché quello che manca per capirla è al centro delle nostre attenzioni di domani. E questa si che è benzina!

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